L'Altra Crisi
Discorso al Consiglio dei Governatori
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Questa è la quarta volta che mi rivolgo a voi in qualità di presidente del Gruppo della Banca Mondiale. Prima di tutto, desidero esprimere al presidente dell'assemblea, Wolfgang Ruttenstorfer, e al mio collega ed amico, Michel Camdessus, la mia riconoscenza per l'ottimo rapporto di partnership che ci ha unito durante le scorso anno.
Desidero anche esprimere la mia riconoscenza al Fondo Monetario per il lavoro svolto durante un anno particolarmente tempestoso e sottolineare il contributo di Michel Camdessus e dei suoi colleghi che hanno dovuto gestire problemi di grande difficoltà in un periodo di grandi difficoltà.
Ci rendiamo tutti conto che questo nostro incontro ha luogo all'ombra di una crisi mondiale. Ci riuniamo, uniti nello sforzo di tutelare il comune benessere, di prestare orecchio a tutte le idee, da dovunque esse vengano, di ascoltare sia quelli che ci sono amici che quelli che sono critici del nostro operato per poter trovare nuove soluzioni. La fortuna aiuta gli audaci.
Signor Presidente, le circostanze nelle quali mi rivolgo a quest'assemblea oggi sono ben diverse da quelle dell'anno scorso.
Dodici mesi fa, avevamo annunciato una produzione globale in crescita del 5,6% il tasso più elevato degli ultimi vent'anni. Dodici mesi fa, l'Est Asiatico vacillava, ma nessuno aveva previsto l'entità della caduta. Dodici mesi fa, il Sud Asiatico, dove vive il 35% dei poveri del mondo, non aveva ancora conosciuto test nucleari, e sembrava pronto a godere, nei prossimi anni, di una crescita del 6%, se non di più. Dodici mesi fa, i paesi in via di sviluppo, nel loro insieme, erano avviati sul cammino di una forte crescita che si sarebbe realizzata nel prossimo decennio. Dodici mesi fa, l'avvenire della Russia, guidata da una forte équipe di riformatori, ispirava ottimismo.
E poi è sopravvenuto un anno tempestoso e travagliato.
L'Est Asiatico, dove, secondo le stime, l'anno scorso più di 20 milioni di persone sono ricadute nella povertà, e dove, nella migliore delle ipotesi, la crescita sarà lenta ed incerta per parecchi anni a venire. La Russia, sopraffatta da una crisi politica ed economica incastrata tra due mondi, tra due sistemi, senza sentirsi a suo agio in nessuno dei due. Il Giappone, la seconda economia mondiale, tanto cruciale alla ripresa dell'Est Asiatico, il cui governo è impegnato a realizzare una riforma economica, ma che si trova ancora in recessione, il cui profondo impatto viene sentito non solo in Asia ma in tutto il mondo. Test nucleari in India ed in Pakistan. Pericolo di guerra in Eritrea ed in Etiopia. Bombe terroristiche in Kenia ed in Tanzania.
E tutta questa situazione aggravata da El Niño il peggiore che si abbia mai conosciuto la cui forza devastatrice, in tutta la sua pienezza, colpisce più fortemente i poveri. Nel Bangladesh, le alluvioni hanno inondato i due terzi della nazione per oltre due mesi, con ripercussioni gravissime su molti dei progressi economici e sociali degli ultimi anni. In Cina, l'alluvione della regione del fiume Yangtze, con un numero di morti che si stima di 3 500, cinque milioni di alloggi da ricostruire e 200 milioni di profughi.
Signor Presidente, in passato ho evocato le speranze degli abitanti dai bassifondi delle città del Brasile ai villaggi rurali dell'Uganda, dall'altopiano di loess della Cina alle centinaia di migliaia di donne che stavano trovando la loro dignità grazie ai microcrediti. Erano persone che avevano la capacità di forgiare il loro destino.
Ma oggi ho altri ricordi da evocare: immagini scure, strazianti, immagini di disperazione, di sfiducia, di declino. Immagini di persone che avevano la speranza e che l'hanno perduta.
Quella madre a Mindanao, che ha ritirato suo figlio da scuola, nel terrore che non ritornasse più a casa. Quella famiglia coreana, che aveva una media impresa di ferraglia, ridotta alla miseria per mancanza di credito. Quel padre a Giacarta, che deve pagare ad un usuraio un interesse tre volte il suo salario giornaliero, e che si infossa sempre più profondamente nei debiti, senza sapere se riuscirà mai a risollevarsi. Quella bambina a Bangkok, ora condannata alla prostituzione, che ha perduto per sempre l'innocenza dell'infanzia.
Oggi, mentre parliamo della crisi finanziaria, 17 milioni di indonesiani sono ricaduti nella miseria; e in tutta la regione milioni di bambini non ritorneranno a scuola.
Oggi, mentre parliamo della crisi finanziaria, si stima che il 40% della popolazione russa vive nella miseria.
Oggi, mentre parliamo della crisi finanziaria, nel mondo intero 1,3 miliardo di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; 3 miliardi vivono con meno di due dollari al giorno; 1,3 miliardo non hanno accesso ad acqua potabile; 3 miliardi non hanno accesso ad attrezzature sanitarie; 2 miliardi sono senza elettricità.
Noi parliamo di crisi finanziaria, mentre a Giacarta, a Mosca, nell'Africa subsahariana, nei quartieri poveri dell'India e nei barrios dell'America Latina, ci circonda la miseria con tutto il suo dolore.
La Crisi Finanziaria
Signor Presidente, dobbiamo affrontare la questione di tale sofferenza. Dobbiamo guardare al di là della stabilizzazione finanziaria. Dobbiamo affrontare questioni di crescita equa e a lungo termine da cui dipendono la prosperità e il progresso umano. Dobbiamo concentrarci sui cambiamenti istituzionali e strutturali necessari alla ripresa e allo sviluppo duraturo. Dobbiamo concentrarci sulle questioni sociali.
Dobbiamo fare tutto questo, perché, se non abbiamo la capacità di gestire le emergenze del settore sociale, se non ci sono progetti a più lungo termine per creare istituzioni solide, se mancano l'equità e la giustizia sociale, non si potrà raggiungere la stabilità sul piano politico, e, senza tale stabilità, tutto il denaro fornito da tutti i "pacchetti" finanziari immaginabili non potrà procurarci la stabilità finanziaria.
Per questo, in risposta alla crisi attuale, alla Banca Mondiale abbiamo concentrato tutti i nostri sforzi nel stabilire le misure a breve e a lungo termine per rendere possibile la ripresa sostenuta.
Collaborando con i governi per elaborare riforme finanziarie, giudiziarie e normative, leggi fallimentari, programmi anti-corruzione e "corporate governance", tanto essenziali al recupero della fiducia del settore privato. Prima della crisi, avevamo già lavorato alla riforma del settore finanziario in 68 paesi. Ora, su richiesta dei nostri azionisti, abbiamo ampliato di un terzo quelle capacità e stiamo consolidando la nostra leadership nella "corporate governance".
Dal punto di vista sociale, abbiamo ristrutturato il portafoglio esistente per assicurare la massima attenzione a programmi prioritari che possano raggiungere rapidamente le comunità povere. Facciamo il possibile per mantenere i bambini nelle scuole per esempio in Indonesia dove appoggiamo un programma che concede borse di studio a due milioni e mezzo di bambini; creiamo posti di lavoro in Tailandia, grazie ad un nuovo fondo sociale appositamente istituito; mettiamo a punto le strutture per la previdenza sociale in Corea, grazie a tutta una serie di prestiti volti all'adeguamento strutturale. Cerchiamo di mantenere costante l'approvvigionamento di viveri in tutta la regione; cerchiamo di assicurarci che i medicinali di importanza vitale possano raggiungere gli infermi; cerchiamo di assicurare la continuità dei programmi sanitari e didattici, senza dimenticare la tutela dell'ambiente. Cerchiamo di far sì che le esigenze umane siano le prime della lista.
Signor Presidente, ci siamo resi conto che, sebbene sia essenziale sotto ogni punto di vista elaborare dei programmi macroeconomici idonei con politiche fiscali e monetarie che funzionino, i piani finanziari, da soli, non bastano.
Ci siamo resi conto che, quando si richiede ai governi di prendere le dure misure necessarie a ristrutturare la loro economia, si possono creare immense tensioni. È la popolazione, non i governi, a soffrirne.
Nel rettificare gli squilibri del bilancio, dobbiamo renderci conto che potrebbero venire compromessi i programmi grazie ai quali i bambini possono continuare ad andare a scuola, che potrebbero venire compromessi i programmi di previdenza sociale per i poveri, che le piccole e medie imprese, che generano reddito per i loro proprietari e posti di lavoro per molti, potrebbero perdere il credito e andare in fallimento.
Signor Presidente, ci siamo resi conto che bisogna trovare il giusto mezzo. Dobbiamo considerare il settore finanziario, istituzionale e sociale insieme. Dobbiamo imparare a condurre un dibattito, in cui la matematica non domini l'umanità, dove l'esigenza di cambiamenti a volte drastici può essere compensata dalla tutela degli interessi dei poveri. Solo allora potremo pervenire a soluzioni sostenibili. Solo allora provvederemo al benessere della comunità finanziaria internazionale e dei cittadini.
Signor Presidente, nell'ambito di questi incontri, si è molto parlato di una nuova architettura finanziaria a livello mondiale.
Questi discorsi riflettono il sentimento crescente che c'è qualcosa che non va in un sistema in cui anche i paesi che per anni hanno seguito forti politiche economiche vengono massacrati dai mercati finanziari internazionali, in cui i lavoratori in questi paesi perderanno il loro posto di lavoro, in cui l'istruzione dei bambini dovrà essere interrotta, con la distruzione dei loro sogni e delle loro speranze.
Mi sembra che in più di mezzo secolo dalla creazione della nuova architettura economica dopo la seconda guerra mondiale, le nostre istituzioni economiche internazionali hanno servito il loro scopo. Certo, non hanno risolto tutti i problemi. Ma la nostra situazione è di gran lunga migliore con esse che senza di esse.
Sebbene non sia stata sradicata la miseria, i redditi sono aumentati. La Rivoluzione Verde ha alimentato milioni di persone che, senza di essa, avrebbero sofferto la fame. Alcuni flagelli, come la oncocercosi, sono quasi scomparsi e grandi progressi sono stati fatti per debellarne molti altri.
È trascorso oltre mezzo secolo senza che ci siano state crisi mondiali di capitale importanza. Il sistema ha resistito a grandi scosse, come l'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio. E, in questo mezzo secolo, le istituzioni si sono evolute insieme all'economia mondiale.
Ma, signor Presidente, non possiamo far finta che tutto vada bene. Non possiamo chiudere gli occhi davanti al fatto che la crisi ha esposto i punti deboli e le carenze che dobbiamo affrontare. Dobbiamo essere audaci, ma anche realisti. Non sarà possibile elaborare una nuova architettura in due giorni o in due settimane. Ma non possiamo permetterci di perdere un decennio come è avvenuto in America Latina subito dopo la crisi che l'ha colpita al principio degli anni '80. Abbiamo troppo da perdere, troppe vite umane...
Ecco cosa dobbiamo fare subito: possiamo stabilire il da farsi. Possiamo identificare i problemi. Possiamo chiarire i nostri obiettivi. Possiamo cercare di ottenere un consenso. I problemi sono troppo grandi, le loro conseguenze troppo importanti, per essere gestiti con le facili soluzioni del passato o le mode o le ideologie del presente. Dobbiamo prendere l'impegno collettivo di costruire insieme una struttura migliore. Vorrei proporre un sistema basato su tre pilastri.
Il primo deve essere la prevenzione: dobbiamo comprendere le cause della crisi e collaborare per creare le strutture economiche che le rendano meno frequenti e meno gravi.
Il secondo deve essere la capacità d'intervento: la riuscita del primo compito non esclude il fatto che ci saranno sempre delle crisi. Dobbiamo trovare un modo più efficace per affrontarle, un sistema grazie al quale esista una ripartizione migliore degli oneri, un sistema che non penalizzi tanto crudelmente i lavoratori, le piccole imprese e le altre vittime innocenti.
Il terzo devono essere gli ammortizzatori sociali: anche se saremo in grado di trovare risposte eque ed efficaci alla crisi e siamo ben lontani dal traguardo ci saranno sempre vittime innocenti. I tassi di disoccupazione saliranno. Dobbiamo fare di meglio per la protezione di queste vittime innocenti.
Signor Presidente, su richiesta dei ministri delle finanze, abbiamo cercato di intensificare la collaborazione tra la Banca ed il Fondo Monetario. I ministri ci hanno chiesto di riesaminare la nostra divisione del lavoro e l'abbiamo fatto in uno spirito di vero partenariato.
È chiaro che i nostri ruoli sono diversi. Il mandato del Fondo interessa la vigilanza, il tasso di cambio, la bilancia dei pagamenti, le politiche di stabilizzazione orientate alla crescita e i relativi strumenti. Il mandato della Banca riguarda la composizione e l'adeguatezza dei programmi e delle priorità dello sviluppo, comprese le politiche strutturali e settoriali; perciò ha la responsabilità di prevenire le crisi preparando una solida base allo sviluppo.
In questo momento di crisi, quando il settore privato ritira i fondi dai mercati emergenti, le risorse del Fondo Monetario Internazionale sono messe a dura prova e le nazioni più ricche forniscono scarso supporto diretto, riconosciamo che abbiamo l'obbligo di agire in controtendenza rispetto al mercato e di portare aiuto dove ce ne sia bisogno, non solo ai paesi in crisi ma ai numerosi paesi membri delle nostre istituzioni che sebbene seguano delle ottime politiche, sono in difficoltà a causa della contrazione dei capitali sui mercati mondiali. Per evitare che non divengano, anch'essi, paesi in crisi.
Proprio così! Dobbiamo agire rapidamente nei paesi in crisi per assicurarci che le riforme sociali, istituzionali e politiche possano prendere immediatamente piede e divengano parte integrante dell'intero programma.
Dobbiamo intervenire rapidamente per portare aiuti di emergenza nel settore sociale. Il nostro ruolo, però, è diverso da quello del Fondo. Possiamo erogare prestiti nei casi di emergenza, ma la liquidità non è di nostra competenza. Data la nostra struttura finanziaria e la necessità di rimanere entro limiti prudenziali, non possiamo ignorare i "trade-offs".
Se erogassimo più prestiti inizialmente, potremmo mettere a disposizione meno prestiti per lo sviluppo a lungo termine. Meno prestiti per l'IDA, meno prestiti per il progetto HIPC (paesi poveri più indebitati) e meno prestiti per i poveri dei paesi in crisi. Le nuove richieste che ci perverranno dovranno essere attentamente valutate in base all'eventuale necessità di nuove risorse. Oggi, sostenuti dai capitali esistenti, dalle risorse e da un considerevole capitale non richiamato ci troviamo in una posizione di forza, ma dobbiamo far attenzione a non trovarci limitati dai vincoli finanziari.
E dobbiamo anche ricordare che non possiamo essere distolti dall'urgente impegno di assicurare il completo finanziamento dei programmi destinati ai paesi più poveri nell'ambito dell'IDA-12 e dell'iniziativa HIPC. Questa deve essere una priorità assoluta nelle settimane e nei mesi che verranno.
Un Nuevo Approcio
Signor Presidente, se consideriamo il ritmo e la profondità dei cambiamenti che hanno avuto luogo a livello mondiale negli ultimi dodici mesi, noi, come tutti voi qui presenti in questa stanza, non possiamo non pensare a quali lezioni si possano trarre da queste esperienze. Anche noi ci chiediamo, come tutti voi: che cosa potremo fare in modo diverso nel futuro per cercare di evitare questi cambiamenti nel panorama economico e socio-politico? Che cosa abbiamo osservato?
Nell'odierna economia globale, osserviamo che i paesi possono investire nei campi dell'istruzione e dell'assistenza sanitaria, possono mettere in pratica i punti fondamentali della macroeconomia, possono provvedere alla costruzione di moderni mezzi di comunicazione e di infrastrutture, ma, se non hanno un sistema finanziario che funzioni, se non hanno un adeguato sistema di controllo delle normative o adeguate leggi fallimentari, se non hanno efficaci leggi relative alla concorrenza e alle normative, se non hanno standard di trasparenza e contabili, il loro sviluppo sarà incerto ed effimero.
Nell'odierna economia globale, osserviamo che i paesi possono procedere verso un'economia di mercato, verso la privatizzazione, verso la dissoluzione dei monopoli di stato, verso la riduzione dei sussidi statali, ma, se non combattono la corruzione e non mettono in pratica i principi di una solida amministrazione, se non introducono ammortizzatori sociali, se non hanno ottenuto il consenso sociale e politico per le riforme, se non pensano al futuro dei loro popoli, il loro sviluppo sarà incerto ed effimero.
Nell'odierna economia globale, osserviamo che i paesi possono attrarre il capitale privato, possono costruire un sistema finanziario e bancario, possono realizzare la crescita, possono investire nelle risorse umane dei loro cittadini alcuni dei loro cittadini ma se vengono emarginati i poveri, le donne e le minoranze autoctone, se non c'è una politica di integrazione il loro sviluppo sarà incerto ed effimero.
Ci rendiamo conto, signor Presidente, che in un'economia globale, quello che conta è l'insieme dei cambiamenti che avviene in un paese.
Lo sviluppo non è soltanto una questione di adeguamento. Lo sviluppo non è soltanto una questione di solidità di bilancio e di gestione fiscale. Lo sviluppo non è soltanto questione d'istruzione e di sanità. Lo sviluppo non è soltanto un questione di rapide soluzioni tecnocratiche.
Lo sviluppo è l'applicazione corretta delle politiche macroeconomiche, questo è vero; ma significa anche costruire strade, dare alla gente il potere di agire, redigere leggi, riconoscere alle donne il loro valore, eliminare la corruzione, istruire le ragazze, formare un sistema bancario, tutelare l'ambiente, vaccinare i bambini.
Lo sviluppo significa mettere al loro posto tutte le componenti insieme e in armonia.
La necessità di uno sviluppo equilibrato si applica all'Est Asiatico e alla Russia, ma anche all'Africa, all'America Latina, al Medio Oriente, alle economie di transizione dell'Europa centrale ed orientale e dell'Eurasia. Si applica a noi tutti, signor Presidente.
L'idea che lo sviluppo implichi una totalità di sforzi un equilibrato programma economico e sociale non è rivoluzionaria, ma rimane il fatto che non è l'approccio che abbiamo adottato nel contesto della comunità internazionale.
Mentre per molti anni abbiamo avuto uno straordinario successo con i programmi ed i progetti singoli, troppo spesso non li abbiamo integrati all'insieme. Troppo spesso, abbiamo considerato in un'ottica ristretta le trasformazioni economiche richieste. Concentrandoci su cifre macroeconomiche o su riforme di maggiore importanza come la privatizzazione, abbiamo perso di vista l'infrastruttura istituzionale di base, senza la quale un'economia di mercato non può funzionare. Invece degli incentivi per la creazione della ricchezza, ci possono essere incentivi errati che conducono allo smembramento dei beni.
Troppo spesso ci siamo concentrati eccessivamente sui fattori economici, senza dimostrare una sufficiente comprensione dei fattori sociali, politici, ambientali e culturali della società.
Non abbiamo preso sufficientemente in considerazione la struttura generale, che è necessaria se vogliamo che un paese si trasformi in maniera integrata nel tipo di economia scelta dal suo popolo e dai suoi governanti. Non abbiamo preso sufficientemente in considerazione i fattori di vulnerabilità quegli aspetti dell'economia che possono far crollare tutto. Non abbiamo dato sufficiente peso al fattore della sostenibilità che cosa ci vuole per far durare la trasformazione economica e sociale. Senza di esso, possiamo costruire una nuova architettura finanziaria internazionale, ma sarà un castello di carte.
Signor Presidente, mi permetta di proporre un concetto che potrebbe aiutarci a risolvere alcuni di questi problemi.
Il FMI possiede una struttura generale che viene rivista annualmente insieme ai paesi beneficiari una struttura di cui i ministri delle finanze, e tutti noi, ci serviamo per valutare il rendimento macroeconomico di ciascun paese.
Oggi, all'ombra della crisi, abbiamo bisogno di una seconda struttura, che si occupi del progresso delle riforme strutturali necessarie per assicurare la crescita a lungo termine, una struttura che consideri i fattori umani e sociali, l'ambiente, la condizione della donna, lo sviluppo rurale, le popolazioni autoctone, il progresso delle infrastrutture, ecc.
Pertanto, nelle nostre discussioni alla Banca, abbiamo elaborato e stiamo sperimentando un approccio diverso. Un approccio che non viene imposto da noi a nostri clienti, ma che viene elaborato con il nostro aiuto da loro stessi. Un approccio che vada "al di là dei progetti", che consideri molto più seriamente che cosa ci vuole per ottenere uno sviluppo sostenibile nel senso più ampio.
Signor Presidente, ci vuole una nuova struttura per lo sviluppo.
Che cosa cercano i paesi in questa struttura per lo sviluppo?
Prima di tutto, questa struttura dovrà definire tutti gli elementi essenziali ad una buona amministrazione trasparenza, libertà di opinione, libertà di stampa, impegno nella lotta contro la corruzione e funzionari statali competenti e adeguatamente retribuiti.
In secondo luogo, essa dovrà precisare gli elementi fondamentali normativi ed istituzionali essenziali al buon funzionamento di un'economia di mercato un sistema giuridico e fiscale che protegga contro gli arbitrii, che assicuri i diritti di proprietà e il rispetto dei contratti, che permetta una vera concorrenza e che imponga delle procedure coerenti ed efficaci per risolvere le dispute giudiziarie e fallimentari, un sistema finanziario che sia moderno, trasparente ed adeguatamente controllato, dove non esistano i favoritismi e provvisto di una prassi e revisione contabile riconosciute a livello internazionale per il settore privato.
Terzo, la nostra struttura dovrà richiedere delle politiche che promuovano l'integrazione l'istruzione estesa a tutti, specialmente alle donne e alle bambine, assistenza sanitaria, previdenza sociale per i disoccupati, gli anziani, i disabili. Sviluppo della prima infanzia. Cliniche per la maternità e l'infanzia che insegnino l'igiene e la cura dei neonati.
Quarto, la nostra struttura dovrà descrivere i servizi pubblici e le infrastrutture necessarie alle comunicazioni e ai trasporti. Strade di campagna e autostrade. Politiche per città abitabili e centri urbani in crescita in modo che i problemi si possano affrontare tempestivamente, non venticinque anni dopo, quando sono diventati insormontabili. E, di pari passo con la strategia urbana, non dovrà mancare un programma di sviluppo rurale, che provveda non solo servizi agricoli, ma anche capacità di marketing, di finanziamento, di propagazione della conoscenza e delle esperienze.
Quinto, la nostra struttura dovrà comprendere degli obiettivi che assicurino la tutela della sostenibilità ambientale ed umana che sono essenziali al successo a lungo termine dello sviluppo e del futuro di questo pianeta che condividiamo acqua, energia, sicurezza dell'alimentazione. Questioni queste, che devono essere affrontate a livello mondiale. E dobbiamo assicurarci che la cultura di ogni paese sia rispettata ed arricchita, in modo che lo sviluppo poggi su basi solide e sia storicamente radicato. Questi cinque punti devono essere sviluppati nell'ambito di un piano macroeconomico favorevole e stabile e nell'ambito di relazioni commerciali aperte.
Questa non sarà un lista completa, signor Presidente. Varierà da un paese all'altro, secondo le priorità dei governi, delle assemblee parlamentari e della società civile. Ma la presenterò nei suoi punti essenziali.
Signor Presidente, dobbiamo trarre insegnamento dalle esperienze del passato. Il modo in cui queste strutture saranno elaborate ed applicate è importante quanto il loro contenuto.
Il concetto di "ownership" è importante. Il controllo spetta ai paesi e ai loro governi e, come abbiamo constatato, i popoli devono venire consultati e coinvolti.
Il concetto di partecipazione è importante non solo come mezzo per migliorare l'efficienza dello sviluppo, come abbiamo appreso da studi recenti, ma come chiave per un'azione di leva e per la sostenibilità a lungo termine.
Dobbiamo incessantemente ricordare a noi stessi che spetta al governo e al popolo decidere quali siano le priorità del paese. Dobbiamo incessantemente ricordare a noi stessi che non possiamo e non dobbiamo imporre lo sviluppo per decreto dall'alto o dall'estero.
Signor Presidente, nei nostri dibattiti all'interno della Banca, ci poniamo una serie di semplici domande:
E se i governi si unissero alla società civile, al settore privato, per decidere in merito alle priorità nazionali a lungo termine? E se ai donatori fosse consentito di recarsi nel paese beneficiario e coordinare gli aiuti, con il paese alla guida del processo di riforma, con "ownership" e partecipazione locali? E se queste strategie guardassero avanti di 5, 10, 20 anni affinché lo sviluppo potesse effettivamente radicarsi e crescere e potesse essere seguito costantemente? Troppo ambizioso, diranno alcuni, utopistico. E se vi dicessi che sta già accadendo?
Oggi, nel Salvador, c'è una commissione nazionale per la pace, nata dalla guerra civile, che, assieme alla società civile, al settore privato e al governo, sta mettendo a punto una serie di priorità nazionali con l'obiettivo che tali priorità possano sussistere oltre la permanenza in carica di un governo e divenire parte del consenso nazionale per il futuro. La stessa cosa sta accadendo in Guatemala e viene presa in considerazione da altri paesi dell'America Latina.
Lo scorso anno, in Ghana, il governo ha tenuto una conferenza nazionale sull'economia (National Economic Forum) ad Accra, con la partecipazione di autorità politiche, leader civili e un gran numero di soggetti direttamente interessati. Da tale conferenza sono scaturite una serie di proposte per azioni concrete, obiettivi per la riduzione dell'inflazione, politiche agricole e umane zonali, ed obiettivi per la politica macroeconomica.
Nell'Andhra Pradesh in India, uno stato con 70 milioni di abitanti, il Primo Ministro ha un programma per il 2020. Un programma per l'alfabetizzazione, per allargare l'accesso all' assistenza medica, per il sostentamento, per offrire opportunità alle donne, per lo sviluppo delle zone arretrate, per creare una rete di ammortizzatori sociali, un programma con obiettivi che possono essere facilmente e regolarmente controllati.
Il Salvador, il Guatemala, il Ghana, l'India, e potrei aggiun-gerne altri dove si segue in qualche modo quest'approccio, come il Brasile, il Mozambico... Non si tratta di paesi tornati al sistema centralizzato, ma paesi che, assieme alle parti in causa, stanno disegnando la via verso il futuro, il loro futuro, in modo molto simile alle imprese commerciali di successo.
Signor Presidente, l'eccessivo orgoglio non deve consentirci di ritenere che la Banca o la comunità dei donatori possano essere i cartografi, ma possiamo essere importanti strumenti catalizzatori.
Propongo che nei prossimi due o tre anni introduciamo una nuova prospettiva nel lavorare con i governi interessati per disegnare quadri olistici che mettano a punto la visione strategica. Vorremmo trovare due paesi in ogni regione del mondo in cui poter mettere in pratica quest'idea, per poi esporvi i risultati alla fine di quel periodo.
Dobbiamo lavorare con i nostri partner nella comunità dei donatori per determinare come, insieme con i paesi interessati, possiamo sviluppare delle strategie coordinate, nonché missioni e obiettivi congiunti, per porre fine alle duplicazioni che sprecano risorse preziose e logorano gli umori e i beneficiari.
In seno alla nostra istituzione dobbiamo costruire sul lavoro che abbiamo già iniziato per passare da un approccio incentrato sul progetto singolo, ad un approccio che guardi alla totalità dello sforzo necessario per lo sviluppo del paese in questione. Un approccio che guardi lontano, che si domandi per ogni progetto se e come questo si integri nel quadro generale; in che modo può essere esteso territorialmente per coprire l'intero paese; e in che modo può essere esteso temporalmente, affinché copra un arco di tempo maggiore, cinque, dieci, vent'anni, in modo che non solo i paesi beneficiari lo sentano come proprio e ne partecipino, ma diventi sostenibile e parte della strategia e del tessuto dello sviluppo generale di quella società?
In alcuni casi, travalicheremo le strategie nazionali per considerare quella dell'intera area, per meglio raccogliere i vantaggi delle economie di scala. Inoltre, dobbiamo pensare anche a strategie globali per tutelare i beni pubblici globali. Con questo mi riferisco non solo al risanamento dell'ambiente di cui è spesso questione, ma anche all'ambiente economico internazionale, all'instabilità che è fonte oggi di tanta preoccupazione e alla consapevolezza che, come appare sempre più evidente, è la chiave del successo dello sviluppo.
Signor Presidente, stiamo parlando di un nuovo approccio al partenariato dello sviluppo.
Si tratta di un partenariato guidato dai governi e dai parlamenti dei paesi beneficiari, influenzato dalla società civile di quei paesi, cui partecipano il settore privato nazionale ed internazionale e donatori bilaterali e multilaterali. Si tratta di un partenariato che può guardare ad obiettivi misurabili, con una direzione più chiaramente segnata per il raggiungimento dello svilupppo. Si tratta di un partenariato in seno alla quale noi della comunità dei donatori dobbiamo imparare a collaborare l'uno con l'altro, fare gioco di squadra, capaci di farsi da parte, se necessario.
Le assicuro, signor Presidente, che il Gruppo della Banca Mondiale si impegna anima e corpo a questo partenariato. Mettiamo da parte le questioni campanilistiche. L'importante non è chi guida o chi segue, chi mette il suo nome su un progetto o chi resta nell'anonimato. L'importante è la collaborazione di tutti per raggiungere lo scopo.
Signor Presidente, in anni normali a questo punto del discorso Le offrirei un resoconto dei successi della Banca. Ma questo non è un anno normale. Non parlerò né del rinnovamento interno della Banca né dei risultati che abbiamo ottenuto o delle sfide che dobbiamo ancora affrontare. Tutte queste questioni le discuto con i nostri direttori esecutivi, che ringrazio dei loro consigli e della loro dedizione. Inoltre, mi incoraggiano molto le espressioni di sostegno che ho ricevute dai Ministri per il nostro programma di rinnovamento e per i miglioramenti che stiamo raggiungendo nell'efficacia del programma di sviluppo e, certo, proseguiremo con tale programma. Tuttavia, non sembra opportuno parlare di questioni del nostro cortile quando il villaggio sta bruciando.
Desidero solo dire due cose. In primo luogo, voglio ringraziare lo staff del Gruppo della Banca Mondiale per lo straordinario lavoro portato a termine nel corso dell'anno. Sono infinita-mente orgoglioso di loro. È un'équipe, la cui dedizione e impegno non ha uguali nel mondo.
In secondo luogo, voglio ringraziare Jannik Lindbaek, Vice Presidente esecutivo della IFC ed Akiro Iida, Vice Presidente esecutivo della MIGA per il loro impegno nell'arco degli ultimi cinque anni. Sono lieto di dare il benvenuto a Peter Woicke che assumerà la guida della IFC e a Motomichi Ikawa che ora dirige la MIGA.
Conclusione
Signor Presidente, quest'anno la crisi finanziaria ha riem pito i titoli dei giornali. Quest'anno, ci chiediamo come possiamo evitare le crisi finanziarie del futuro. Quest'anno, ci occupiamo di architettura finanziaria, della ristrutturazione delle imprese e la creazione di solidi sistemi di ammortizzatori sociali che contribuiscano sia a prevenire le crisi che a porvi rimedio. Quest'anno, prendiamo atto del fatto che non abbiamo tutte le risposte.
Non fermiamoci all'analisi finanziaria. Non fermiamoci all'architettura finanziaria. Non fermiamoci alle riforme del settore finanziario.
Oggi abbiamo la possibilità di avviare un dibattito globale sull'architettura, ma anche sulle fondamenta dello sviluppo. Oggi abbiamo la possibilità di mostrare che possiamo adottare un'ottica più ampia e più equilibrata. Oggi, abbiamo la possibilità di riconoscere che vi è una muta crisi all'orizzonte.
La crisi determinata da una popolazione mondiale che aumenterà di tre miliardi di persone nei prossimi 25 anni. La crisi mondiale dell'approvvigionamento idrico che nel 2025 vedrà due miliardi di persone soffrire di costante insufficienza di acqua. La crisi dell'urbanizzazione che significherà che, nell'arco dei prossimi trent'anni, le popolazioni urbane tripli-cheranno, che entro l'anno 2020 due terzi della popolazione africana vivrà nelle città, città che oggi non hanno crescita economica. La crisi dell'approvvigionamento alimentare, che significherà che nell'arco dei prossimi trent'anni la produzione alimentare dovrà raddoppiare.
Una crisi umana, signor Presidente. Una crisi umana dalla quale i paesi industrializzati non potranno isolarsi. Una crisi umana che non verrà risolta se non affrontiamo la questione fondamentale dell'interdipendenza dei paesi industrializzati e dei paesi in via di sviluppo. Una crisi umana che non verrà risolta se non adottiamo una visione globale dello sviluppo e della nostra risposta alla crisi, considerando nello stesso tempo gli aspetti finanziari, sociali, politici, istituzionali, culturali e ambientali della società.
Signor Presidente, i poveri non possono attendere le nostre delibere. I poveri non possono attendere i nostri dibattiti sull'architettura. I poveri non possono attendere che prendiamo coscienza, forse troppo tardi, che la crisi umana tocca noi tutti.
La bambina sulle strade di Bangkok deve tornare a scuola. La madre nei quartieri poveri di Calcutta deve sopravvivere al parto. Il padre nel villaggio del Mali deve poter vedere oltre al quotidiano.
Nel momento in cui i mercati crollano e i numeri della povertà aumentano rapidamente, tutti noi qui riuniti abbiamo una comune responsabilità e un comune interesse a promuovere la prosperità nei mercati in via di sviluppo e nei mercati emergenti. Nel momento in cui i mercati crollano e i numeri della povertà aumentano rapidamente, tutti noi abbiamo una comune responsabilità di mettere a punto politiche che possano aiutare tali paesi a trovare una via d'uscita dalla crisi.
Alla fine, signor Presidente, avremo successo o soffriremo insieme. Lo dobbiamo ai nostri figli, di riconoscere che il loro mondo è un mondo dove tutto è collegato da comunicazioni e scambi, dai mercati, dal flusso finanziario, dall'ambiente e dalle comuni risorse, collegato dalle aspirazioni comuni.
Se agiamo con realismo e prudenza, se dimostriamo coraggio, se consideriamo in termini globali lo stanziamento delle risorse, possiamo lasciare ai nostri figli un mondo dove regni la pace e la giustizia. Un mondo non dominato dalla povertà e dalla sofferenza. Un mondo dove tutti i bambini avranno motivi di speranza.
Non è solo un sogno, è la nostra responsabilità.